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disponibilità da febbraio 2023
ad aprile 2023

di Anton Cechov

adattamento e regia di Rosario Lisma

con Milvia Marigliano, Rosario Lisma, Giovanni Franzoni, Eleonora Giovanardi, Tano Mongelli, Dalila Reas

scene: Federico Biancalani

costumi: Valeria Donata Bettella

luci: Luigi Biondi

con la partecipazione in voce di Roberto Hertlizka

produzione Tieffe Teatro Milano/Teatro Nazionale Genova/Viola Produzioni srl

BIOGRAFIA ROSARIO LISMA

è artista poliedrico, drammaturgo e regista nonché attore. Tantissime le esperienze importanti che contraddistinguono il suo cammino professionale: è stato diretto da grandi registi come Massimo Castri, Peter Stein, Thomas Ostermeier, Arturo Cirillo e Valerio Binasco. Debutta come attore a teatro vincendo il Premio Hystrio alla vocazione nel ’99. Ha debuttato anche come autore e regista con “Che Gusti Ci Sono” semifinalista al Premio Scenario. Ha scritto, diretto e interpretato “L’Operazione“, “Peperoni difficili”, commedia rivelazione al Teatro Franco Parenti di Milano. Al cinema è stato tra i protagonisti de “La mafia uccide solo d’estate“, di Pif e di “Smetto quando voglio” di Sidney Sibilia.

MILVIA MARIGLIANO, è una delle migliori attrici del nostro panorama italiano. Negli anni è stata diretta dai più noti registi teatrali tra cui: Fo, Navone, Borrelli, Carsen, Binasco, Mazzotta, Pezzoli, Puggelli vincendo numerosi premi tra premio Nike Teatro Napoli per “La madre”, premio Teatro Giovani di Roma per la Balia di “Romeo e Giulietta”, candidata al premio Maschere del Teatro Italiano per la Balia di “Romeo e Giulietta” , per “Ombretta Calco” e per “Lunga Giornata verso la notte”, premio della critica 2015 conferito dall’Associazione dei Critici del Teatro per l’interpretazione in (“Chi ha paura di Virginia Woolf?” e “Zoo di vetro”, “Il mercante di Venezia”, “Ombretta Calco”).  Dall’incontro con Arturo Cirillo e dall’importante connubio artistico nasce la “Trilogia Americana”, in cui Milvia Marigliano si confronta con 3 eroine della drammaturgia contemporanea. Amata anche dai grandi registi cinematografici, tra cui Paolo Sorrentino che la dirige in “The Young Pope”, “Loro 2”, Duccio Chiarini che la dirige in “L’ospite”. Molto suggestiva l’interpretazione di Rita Cucchi nell’acclamato film “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini, che ha conquistato il pubblico e la critica.

Il Giardino dei Ciliegi è l’ultimo lavoro di un Cechov malato e vicino alla morte eppure mai così attaccato alla vita. Intesa come respiro, anima del mondo e speranza nel futuro.

“Nell’uomo muore tutto ciò che è legato ai cinque sensi – scrive nei suoi Quaderni – Quel che sta oltre è probabilmente enorme, inimmaginabile, sublime e sopravvive”

Nella sua ultima commedia – perché così egli la definì e la intese – egli esprime ancora più lucidamente la sua riflessione sulla goffa incapacità di vivere degli esseri umani. Il loro strabismo esistenziale sulla propria anima.

Ljuba e suo fratello Gaev, un tempo lieti, da bambini, tornano nell’età matura nel luogo simbolo della loro felicità appassita. La stanza chiamata ancora “dei bambini”. Da cui si intravede il loro giardino dei ciliegi, un tempo motivo di vanto e orgoglio in tutto il distretto.

Ora però i tempi sono cambiati. I ciliegi non producono più frutti commerciabili, sono solo l’ombra di un passato che non tornerà più. Così le speranze, la gioia, l’amore, tutto ciò che era legato simbolicamente al giardino è andato perduto.

Il declino economico accende brutalmente il declino della loro esistenza a cui non sanno ( o non vogliono ) porre rimedio.

Ljuba, donna di forti sentimenti e capace di amore, ormai ha perduto il marito e l’ultimo amante. Da anni è segnata dalla perdita del suo amato figlio piccolo. Eppure, sopraffatta dai debiti, non si rassegna ad abbandonare il sogno: la nostalgia del suo luminoso passato dove risiede illusoriamente la sua armonia. Bimba illusa nel corpo di una donna matura. Che piange e ride allo stesso tempo.

Così il fratello Gaev, adulto mai cresciuto da una condizione puerile fatta di giochi e lazzi spenti. Chiamato per una volta alla sua responsabilità di uomo di casa nella vendita all’asta del giardino, non riesce a combinare nulla. Debole e ingenuo. Struggente nel suo fallimento definitivo.

Lopachin, invece, nuovo arricchito, figlio del contadino, riuscirà a imporre la propria persona non solo con l’abilità degli affari, ma soprattutto con la lucidità inesorabile di chi è consapevole del proprio ruolo.

Garbato ma ambizioso, è il contraltare perfetto dei due proprietari. Rampante e pragmatico. Vincente. Eppure, al contrario di Ljuba e Gaev, totalmente incapace di amare, di gestire la propria sensibilità. Tutt’altro che arido, ma ancora peggio: inabile ai sentimenti.

Resta eppure una ultima speranza. I giovani che popolano la storia sapranno forse riscattare le incrostazioni dell’anima di chi li ha preceduti.

Varja, figlia maggiore di Ljuba, fioca luce di armonia in una casa prossima al buio, delusa dall’insipienza amorosa di Lopachin, andrà a rifarsi una vita altrove.

Anja, la piccola di casa, dolce ragazza in fiore, seguirà Trofimov, eterno studente scombinato, ma insieme potranno guardare al futuro!

E’ il futuro che chiama la speranza.

Il passato l’ha sotterrata definitivamente.

Il barlume di salvezza risiede nel finale, nei due ragazzi che si amano e che vedono nella distruzione del giardino venduto, non la fine, non la deriva, ma l’inizio di una nuova vita.

Scrive Fausto Malcovati: E’ al grido del giovane Trofimov “ Ti saluto, o vita nuova!” , piuttosto che alle lacrime di Ljuba, che è affidato il senso ultimo di questo lavoro, che è anche l’ultimo di Cechov, a cui invece la vita sfuggiva nello scrivere quelle righe.

Adattamento.

Nella riduzione della commedia si eliminano i personaggi minori portando la compagnia ai sei elementi principali:

LJUBOV’ ANDREEVNA RANEVSKAJA, proprietaria terriera

ANJA, sua figlia, diciassette anni

VARJA, sua figlia adottiva, ventiquattro anni

LEONID ANDREEVIC GAEV, fratello della Ranevskaja

ERMOLAJ ALEKSEEVIC LOPACHIN, mercante

PETR SERGEEVIC TROFIMOV, studente

I dialoghi saranno rispettosi del testo originale, rispettando le sfumature poetiche dell’autore, ma tradotti in modo efficace e contemporaneo.

Allestimento.

Un grande spazio chiaro, con una forte presenza illuminotecnica contemporanea, con pochi elementi scenici richiamanti la “stanza dei bambini”, oggetti volutamente sproporzionati rispetto alla statura dei personaggi, come se fossero ancora piccoli rispetto all’ambiente, mai cresciuti: un tavolo colorato, una sediolina dell’infanzia, una grande bambola… E soprattutto: il grande armadio centrale sullo sfondo a cui Gaev, come da testo, canta le lodi come a un monumento. Testimone del tempo felice che fu. Imponente e simbolico come un dolmen sbiadito. Sempre chiuso per tutto il tempo dell’azione scenica. Lo aprirà solo sul finale Lopachin, nuovo proprietario, con le chiavi che gli avrà lanciato Varja, scontrosa e ribelle.

All’apertura l’armadio vomiterà il suo contenuto che travolgerà il nuovo proprietario.

Rosario Lisma